Dakar è una città che sta cambiando la sua fisionomia come un teenager che nell’arco di un’estate diventa un uomo. Alla fine della scuola parla in falsetto e a settembre ha le sopracciglia di Mangiafuoco.

A fidarsi dei racconti che sento, fino agli anni 2000, la superficie dell’attuale città Dakar era ancora largamente occupata da zone verdi che mio marito chiama foresta. Una mia amica mi raccontava che nel quartiere iper-popolato dove stiamo noi, prima del 2000, si passava in autobus nel bosco e c’erano le scimmie.

Io sono arrivata molto dopo, quando la febbre dell’edilizia selvaggia si era già mangiata il 95% delle aree non edificate, centinaia di baobab secolari erano già stati abbattuti perché crescevano dove una grande arteria di comunicazione avrebbe dovuto passare, e la metà della poca ombra che era rimasta in città era già partita con loro.

Le zone che furono edificate subito dopo l’indipendenza e per tutti gli anni ’60 si chiamano le SICAP, perché furono concepite ed edificate dalla Società Immobiliare di Capo Verde (la penisola su cui sorge Dakar si chiama la penisola del Capo Verde, quindi Capo Verde il paese non c’entra).

Erano quasi tutte casette ad un piano, piccolissime e con stanzette soffocanti per i nostri standard di oggi, ma allora erano il sogno realizzabile di una piccola borghesia che poteva permettersi una casa decorosa, pagata a rate mentre i figli andavano a scuola.

Quando pensammo per un attimo di comprare casa, ne visitammo una. Seduti nel salottino col soffitto di 2 metri e dieci facevo fatica a respirare mentre la signora ci incantava con i suoi racconti di quando avevano costruito la casa e come ci aveva allevato tre figlie. Foto e ninnoli di una vita ammucchiati in quel salotto buono di Nonna Speranza cento settant’anni dopo, e fuori sentivi i rumori dei cantieri che stavano abbattendo le casette come quella.

Ormai rimangono pochissime case dell’epoca ancora in piedi, una è la casa di famiglia di mio marito, nel quartiere di Karak. Erano case costruite intorno ad un cortile/giardinetto dove si piantavano alberi di mango e melograni. C’era il soggiorno buono, una camera da letto per i genitori e una o al massimo due per i numerosi figli. Una cucina minima (tanto la vera cucina si faceva fuori), un bagno (a volte due) con l’acqua corrente.

La casa di famiglia di mio marito è ancora molto così, negli anni ha subito pochissimi rimaneggiamenti e resiste, porella, in mezzo alla follia edilizia intorno. Ormai quelle case valgono centinaia di migliaia di euro (ecco perché il nostro progetto di acquisto casa è naufragato) ma quando vengono comprate è da imprenditori del mattone che pagano oro per avere un terreno edificabile in pieno centro (Dakar è una penisola, quindi non può espandersi, cosa che ovviamente spara i prezzi su come razzi).

Dappertutto dove si costruisce, si costruisce per andare in alto, dove c’era una casetta ora verrà una palazzina, dove c’era una palazzina di famiglia ora verrà un mini grattacielo di “haut standing”. Haut standing dei miei stivali perché una stagione delle piogge come quella passata ha messo a dura prova anche appartamenti al quarto piano di palazzi new-yorkesoidi con vista oceano.

Sono figlia di architetti, l’architettura moderna e contemporanea me la mangio a colazione, se sono serviti a qualcosa gli anni dell’infanzia e adolescenza, in cui i miei mi hanno scorrazzata per l’Europa a vedere quello che gli architetti visionari avevano prodotto. Posso dire senza paura che l’architettura contemporanea in Senegal non è un’avanguardia, nella maggior parte dei casi. Esistono eccezioni virtuosissime, e probabilmente ce ne saranno sempre di più, ma parlandone da viva: non va benissimo.

Se molti degli sviluppi urbani ambiziosi vengono fatti da imprenditori, molta dell’edilizia nei quartieri medi è ancora nelle mani dei proprietari di casette che decidono di costruire uno o due piani in più, oggi per un po’ di reddito in più e poi per i figli quando saranno grandi.

I canoni di bellezza differiscono sempre tra le culture, ma per questi piccolo medio borghesi la bellezza risiede nella praticità.

L’idea di uno ”sviluppo urbano armonioso” è ancora in fieri, in questo splendido paese.

Prendo in prestito da un’amica di mia sorella, architetto e grande conoscitrice dell’architettura contemporanea del sud Italia, la definizione dello stile “tardo calabro”, stile che si trova rappresentato largamente anche in Senegal.

Si tratta di uno stile molto essenziale che non accorda alcuna importanza specifica al terminare gli edifici, predilige muri in mattone a vista senza l’appesantimento dell’intonaco, non si lascia immobilizzare dall’uso di serramenti efficaci ma preferisce concentrarsi su frivolezze: finestre a bifora, capitelli, archetti.

I grandi costruttori costruiscono invariabilmente case di appartamenti alte molti piani, bianche, con balconi di vetro ed un’aria di falso design che costellano le zone vicine all’oceano ma anche zone apparentemente meno appetitose. Stile più anonimamente internazionale in salsa cheap.

E gli affitti e prezzi di vendita comunque dappertutto costano come la pelle delle chiappe, come si dice in francese. (Si dice davvero così).